Sonnambulismo: e se non fosse un disturbo?

Siamo abituati a considerare il sonnambulismo come un’anomalia, qualcosa che devia dal funzionamento corretto, un piccolo errore del sistema che andrebbe semplicemente corretto o, nel tempo, riassorbito. Eppure, se per un momento sospendiamo questa etichetta e osserviamo il fenomeno per ciò che realmente accade, senza il bisogno immediato di definirlo, emerge qualcosa di più sottile e, forse, più interessante.

Una persona si alza nel cuore della notte, si muove nello spazio, parla, a volte costruisce discorsi lunghi e articolati, compie azioni che hanno una loro coerenza interna, e poi, con naturalezza, torna a letto. Al risveglio non rimane memoria. Il corpo ha agito, ma la coscienza ordinaria non era presente in quel modo che riconosciamo come “io sono qui”.

E allora la domanda non è più se sia giusto o sbagliato, ma semplicemente: chi stava guidando in quel momento?

Forse siamo troppo abituati a pensare che esista un solo centro possibile dell’esperienza, quello vigile, lineare, ancorato al presente così come lo intendiamo. Ma il sonnambulismo incrina questa certezza, mostra una crepa attraverso cui si intravede che il funzionamento dell’essere umano potrebbe non essere così univoco. Il corpo continua a operare, a orientarsi, a esprimere sequenze sensate, mentre ciò che chiamiamo coscienza si è spostato, o forse distribuito in modo diverso.

Non si tratta di assenza, ma di dislocazione.

In questa prospettiva, il sonnambulismo può essere letto non solo come un difetto da correggere, ma come una predisposizione ancora non presenziata, una possibilità del sistema che emerge prima di trovare una forma stabile e integrata. Molti attraversano queste fasi da bambini, quando l’identità non è ancora completamente raccolta nel corpo, e poi, crescendo, queste manifestazioni si riducono o cambiano forma, lasciando talvolta tracce più sottili, come il parlare nel sonno, come se una parte del ponte rimanesse attiva, ma non più visibile.

Forse ciò che chiamiamo sviluppo non è la scomparsa di queste capacità, ma la loro riorganizzazione.

Se immaginiamo la coscienza non come un punto fisso, ma come un campo che può assumere diverse posizioni rispetto al corpo, allora diventa più semplice intuire che durante il sonno questo campo possa modificare il proprio assetto. Non necessariamente uscire, non necessariamente separarsi, ma cambiare angolo, cambiare relazione con ciò che osserva e attraversa.

E se il tempo non fosse una linea che scorre in una sola direzione, ma un insieme di possibilità simultaneamente presenti, allora anche l’esperienza potrebbe non essere confinata in un unico asse. In base a come il campo si orienta, potrebbero emergere configurazioni diverse, futuri possibili, frammenti di esperienze non ancora integrate o semplicemente non allineate con il presente lineare.

In questo scenario, il sonnambulismo potrebbe essere visto come una condizione in cui il corpo rimane ancorato al presente, mentre la coscienza si trova altrove, impegnata in un altro assetto, in un’altra configurazione del campo. Il movimento che osserviamo non sarebbe quindi casuale, ma in risonanza con qualcosa che, in quel momento, non coincide con la nostra percezione ordinaria.

Non è necessario definire cosa sia quel “qualcosa”. È sufficiente riconoscere che esiste uno scarto tra ciò che il corpo fa e dove la coscienza si trova.
Questo non significa idealizzare il fenomeno o considerarlo una capacità da sviluppare. Ogni predisposizione, per diventare reale e utile, ha bisogno di essere integrata, di trovare un centro stabile attraverso cui esprimersi senza dispersione. Il corpo, in questo senso, non è una gabbia da superare, ma un punto di ancoraggio da abitare pienamente.

Forse il sonnambulismo non è un errore né una capacità nascosta, ma semplicemente una finestra. Una di quelle aperture in cui il sistema umano lascia intravedere che il suo funzionamento è più ampio di quanto normalmente consideriamo, e che la relazione tra corpo, coscienza e tempo è molto meno rigida di quanto sembri.

Forse non tutto ciò che esce dal controllo è un errore: a volte è il sistema che sta mostrando una versione di noi che non abbiamo ancora imparato ad abitare.

Il Faraone e le correnti magnetiche

Wow… era l’unico suono uscito dalla bocca dell’esploratore, associato al suo sguardo, acceso di una luce quasi innaturale, una luce che arriva da dentro, come quello che hanno i bambini stupiti quando giocano.

Era appena sceso dalla Keope e prima di farne l’esperienza ne aveva contestato tutto, dalle forme al concetto, ai campi, tutto insomma.. 

Io, imperturbabile in viso, dentro ridevo e mi godevo lo stupore, sapendo che questa esperienza avrebbe cambiato molte cose della sua vita.

Keope è entrata nella mia vita in un modo decisamente strano, come tutte quelle cose che sono ‘vivamente’ consigliate dal campo e, volente o nolente, te le trovi in materia.

Il primo incontro è stato quando ne ho sentito parlare e avevo cercato subito qualche informazione in rete trovando qualche fotografia. Ho pensato che c’era un qualcosa dietro la sua linea, essenziale come piace a me (quasi una moderna forma del brutalissimo architettonico, vd. Centre Pompidou a Parigi), come un sapore accogliente… ecco, si sentiva il divertimento di chi l’aveva creata, giocosamente provocatorio.

Il secondo appuntamento galante è avvenuto fuori città: ero in una casa/studio per fare dei raddrizzamenti magnetici ed era stata una giornata lunga e faticosa, tutta di corsa, la sera avevamo una cena di lavoro e in tutto questo eravamo pure in ritardo.. 

Entriamo nell’ultima stanza ed eccola lì che ci aspettava.. l’amica da cui stavamo lavorando intercetta in un lampo il mio sguardo laconico e, in men che non si dica, mi ritrovo seduto sopra, legato ed imbavagliato con il temibile programma 2 partito mentre chiedevo se potevo rimandare alla prossima volta. Col corpo “brutalizzato” la mente riflette pensando sia una moderna tortura e chiede dopo 1 minuto di frullate di abbandonare la nave vibrante: sono troppo teso, i tempi sono stretti e non me la godrei..

Al terzo incontro ci siamo fidanzati. E’ avvenuto qualche mese dopo (repetita iuvant) quando Mario, un nostro amico che conosce bene e usa da tempo le nostre tecnologie, suona senza preavviso al campanello di casa e, passando sopra la nostra espressione sbigottita, entra direttamente nel salotto di casa con la sua Keope in mano, chiedendo di modificarla con tutto quanto ci veniva in mente.

Rapida riflessione.. e quando ti ricapita di poter avere mano libera su una base già grande?? Approviamo subito il piano diabolico, dice che da lì ad un mesetto passerà a riprenderla in modo da darci il tempo di testare e provare le migliori condizioni ed ampliamenti. Per farla breve la Keope è ancora con noi (è solo passato un anno e mezzo e il povero Mario ogni tanto fa capolino in studio per venirla a provare!)

Da quel giorno abbiamo fatto una montagna di modifiche ed integrazioni (vedi video su YouTube) e reso tante persone più felici.

I regali che ci ha portato sono stati moltissimi.. La cosa più bella? L’esperienza di sentirsi coscienza pura attorno al proprio corpo durante il cosiddetto rilascio.. sensazione impagabile.  

Come avviene? Diciamo in maniera estremamente sintetica che la coscienza tiene assieme la materia del corpo, dalle cellule alla sua interezza, tramite una vibrazione. Con i programmi della sedia, con il suono e le due bobine di tesla laterali spostiamo continuamente la via, su cui questa vibrazione si muove, costringendo il campo magnetico ad allargare la banda che allo stop delle sollecitazioni si ritrova più ampio ed allargato, ricentrandosi poi naturalmente su un nuovo assetto, più equilibrato.

Con l’allargamento delle vie magnetiche poi, avviene il rilascio delle memorie chiuse all’interno della materia (che generano inerzia) e, al ricentraggio, vengono spostate in zone di equilibrio tramite le onde dei cuscinetti Frequency posizionati sopra.

A questo punto, secondo voi, sapendo come siamo fatti, in questa condizione vuoi non approfittare dei canali aperti per inserire informazioni? Con chi riceve la sessione, si dirige tramite un proiettore olografico speciale (chiamato Holo), posizionato in asse con la schiena, immagini create da un’AI (Intelligenza artificiale) sulla base delle indicazioni della persona, in modo che queste nuove informazioni trovino posto nell’assetto materiale e di pensiero.

Una volta fatta quest’esperienza, si comprende realmente chi siamo: energia in vibrazione di cui la materia è solo forma di pensiero rallentato corrispondente.

E questo cambia forze e ruoli della vita e tutto scorre più facile..