Cosa accade quando troppe cose chiedono contemporaneamente di essere osservate
Mi capita da sempre di avvertire una sensazione particolare quando trascorro troppo tempo in un centro commerciale. Entro con una certa energia, spesso anche con un’idea abbastanza precisa di ciò che voglio fare, e dopo un po’ mi accorgo che qualcosa è cambiato. Non sono necessariamente stanco nel senso comune del termine, eppure la spinta iniziale sembra essersi assottigliata. Quello che prima appariva chiaro diventa meno definito e, soprattutto, diminuisce progressivamente la voglia di trasformare un’intenzione in qualcosa di concreto.
Recentemente, entrando in un supermercato, mi sono accorto che questa sensazione poteva essere osservata da un punto di vista diverso.
Immaginiamo di entrarvi perché vogliamo preparare una bella cena. Forse aspettiamo degli amici, vogliamo fare qualcosa di particolare per la nostra compagna o per la nostra famiglia. Non abbiamo necessariamente deciso ogni piatto e ogni ingrediente: anzi, una parte del piacere consiste proprio nel lasciarsi ispirare da quello che troveremo.
Entriamo quindi con un’intenzione sufficientemente chiara, ma ancora aperta. Abbiamo una direzione e contemporaneamente uno spazio di libertà nel quale quella direzione può prendere forma.
Poi cominciamo a camminare tra gli scaffali.
Vediamo una bottiglia che potrebbe essere interessante, un ingrediente che ci fa venire un’altra idea, una confezione particolarmente attraente. Poco più avanti troviamo un’offerta, poi qualcosa che non avevamo previsto di acquistare, ma che improvvisamente sembra poter entrare nella nostra cena. Mettiamo un prodotto nel carrello, ne togliamo un altro, confrontiamo due alternative, torniamo indietro perché nel frattempo ci è venuta un’idea diversa.
Dopo mezz’ora guardiamo il carrello e può accadere qualcosa di curioso. Invece di sentirci più vicini alla cena che immaginavamo, ci troviamo a pensare:
“Ma cosa me ne faccio di tutte queste cose? Quasi quasi preparo la solita cosa.”
È un’esperienza apparentemente banale. Eppure proprio lì può nascondersi una domanda interessante.
Che cosa è successo, nel frattempo, all’osservatore?
Entrare con una direzione
Quando siamo entrati nel supermercato non avevamo soltanto una lista, un desiderio o un bisogno. Avevamo una proiezione verso qualcosa che ancora non esisteva.
La cena era futura. Noi eravamo nel presente.
Tra questi due punti esisteva un’intenzione capace di metterci in movimento.
Potremmo rappresentarla molto semplicemente:
IO → esperienza desiderata
Quella freccia contiene qualcosa di importante. Non descrive soltanto quanta energia abbiamo a disposizione, ma soprattutto la direzione nella quale quell’energia è organizzata.
Il problema comincia a diventare interessante quando quella direzione entra in un ambiente estremamente ricco di altre possibilità.
Un supermercato contemporaneo, e ancora di più un grande centro commerciale, contiene migliaia di elementi che cercano in qualche modo di entrare nel nostro campo di osservazione. Colori, confezioni, scritte, prezzi, offerte, immagini, luci, musica, profumi, schermi, cartelli e oggetti sono disposti affinché qualcosa, continuamente, riesca a catturare almeno per un istante la nostra attenzione.
Non è necessario attribuire agli oggetti una volontà propria. È sufficiente osservare che l’ambiente nel quale ci troviamo è stato costruito affinché moltissime informazioni competano contemporaneamente per essere percepite.
E ogni volta che qualcosa viene percepito, per quanto brevemente, si apre una relazione.
Il vaso e le relazioni
Per molto tempo ho immaginato questa sensazione attraverso l’immagine dei vasi comunicanti.
Possiamo pensare all’individuo come a un vaso che entra in un ambiente portando con sé una certa quantità di energia disponibile. Incontra qualcosa, entra in relazione con essa e, per un momento, una parte della propria attenzione viene impegnata in quella relazione. Poi incontra qualcos’altro, quindi qualcos’altro ancora.
Un vaso entra in comunicazione con un secondo vaso, poi con un terzo, con un quarto, fino a trovarsi collegato a una quantità crescente di elementi.
L’immagine rende bene la sensazione soggettiva di progressivo svuotamento che alcune persone possono avvertire in ambienti particolarmente densi di stimoli. Ma forse c’è un modo ancora più interessante di leggere ciò che accade.
Forse non dobbiamo necessariamente immaginare che la nostra energia sia stata ceduta agli oggetti che abbiamo osservato. Potrebbe essere sufficiente pensare che quella stessa energia, entrando continuamente in relazione con nuove possibilità, abbia progressivamente perso la propria direzione originaria.
E questa distinzione cambia parecchio le cose.
Non soltanto quanta energia, ma dove sta andando
Immaginiamo di entrare nel supermercato con cento ipotetiche unità di capacità intenzionale. Naturalmente non si tratta di una misura fisica: è soltanto un modello per rendere visibile il ragionamento.
All’inizio gran parte di questa capacità è orientata nella stessa direzione. Vogliamo realizzare quella cena e tutto ciò che incontriamo viene inizialmente valutato rispetto a quell’obiettivo.
La nostra energia assomiglia quindi a una serie di vettori orientati prevalentemente nello stesso verso:
→ → → → → → →
Poi iniziano gli incontri.
Questo ingrediente potrebbe cambiare il primo piatto. Quell’offerta è conveniente. Quel prodotto ci ricorda qualcosa che non mangiamo da anni. Forse potremmo preparare tutt’altro. Intanto vediamo qualcosa che non riguarda affatto la cena, ma che potrebbe servirci domani. Poco più avanti un’altra possibilità sembra improvvisamente più interessante della precedente.
Ognuno di questi incontri produce una piccola deviazione.
Alla fine, invece di avere molte componenti orientate nella stessa direzione, potremmo trovarci davanti a qualcosa che assomiglia maggiormente a questo:
↗ ↓ ← ↘ ↑ → ↙
La quantità complessiva di energia potrebbe non essere necessariamente diminuita nella stessa proporzione in cui è diminuita la nostra sensazione di capacità d’azione. È la sua risultante ad essersi ridotta.
La direzione iniziale si è frammentata.
Ed è qui che possiamo introdurre un concetto che potrebbe essere utile per descrivere il fenomeno: l’erosione della coerenza intenzionale.
Quando aumentano le possibilità e diminuisce la scelta
Se questa lettura ha un senso, accade qualcosa di apparentemente paradossale.
Più camminiamo nel supermercato, più aumentano le possibilità a nostra disposizione. Abbiamo visto più ingredienti, conosciamo più alternative, abbiamo raccolto più informazioni e, almeno teoricamente, dovremmo essere diventati più liberi di scegliere.
Eppure l’esperienza può essere esattamente opposta.
A un certo punto abbiamo davanti molte più possibilità di prima, ma sentiamo di avere meno capacità di trasformarne una in una decisione.
È allora che spesso compare l’abitudine.
“Faccio la solita cosa.”
L’abitudine possiede infatti una caratteristica straordinariamente utile: non richiede di ricostruire da zero una direzione. È una strada già percorsa, una configurazione conosciuta che necessita di pochissima energia decisionale.
Quando la nostra intenzione è ancora forte possiamo permetterci di esplorare. Quando invece è stata frammentata da troppe possibilità concorrenti, tornare a ciò che conosciamo può diventare il percorso più semplice.
Il punto, quindi, potrebbe non essere soltanto la quantità di energia che abbiamo consumato, ma quanta parte della nostra energia è rimasta coerentemente orientata verso ciò che volevamo realizzare.
Dal supermercato allo smartphone
Il supermercato è un luogo particolarmente efficace per osservare questo fenomeno perché lo rende quasi fisico. Camminiamo davvero attraverso gli stimoli e possiamo quasi percepire il cambiamento che avviene durante il percorso.
Ma probabilmente non è il supermercato il luogo nel quale questo fenomeno raggiunge oggi la sua massima espressione.
Basta prendere in mano uno smartphone.
Molto spesso lo facciamo con un’intenzione precisa. Dobbiamo rispondere a un messaggio, cercare un’informazione, controllare un appuntamento o vedere qualcosa che ci interessa.
Poi compare una notifica.
La apriamo.
Nel frattempo vediamo un altro contenuto. Arriva un messaggio. Un video cattura la nostra attenzione. Leggiamo un commento. Scorriamo ancora. Compare una pubblicità che introduce una nuova possibilità. Da quella passiamo a qualcos’altro.
Venti minuti dopo possiamo trovarci ad aver osservato decine, forse centinaia di frammenti di realtà senza ricordare con chiarezza perché avevamo preso in mano il telefono.
Ancora una volta, il problema non riguarda soltanto il tempo trascorso.
Riguarda la direzione.
Social network, piattaforme video, e-commerce, sistemi di notifica e flussi continui di informazione hanno creato ambienti nei quali la quantità di relazioni potenzialmente accessibili in pochi minuti non ha probabilmente precedenti nella nostra esperienza quotidiana.
Ogni relazione è piccola. Molte durano soltanto pochi secondi. Ma ciascuna richiede almeno una minima riconfigurazione dell’attenzione: osservare, riconoscere, interpretare, decidere se continuare oppure passare oltre.
E così una parte crescente della nostra giornata può essere trascorsa non necessariamente facendo qualcosa, ma riorientandoci continuamente verso qualcosa.
Più possibilità significano davvero più libertà?
È forse questa una delle domande più interessanti del nostro tempo.
Abbiamo costruito strumenti straordinari che ci permettono di accedere in pochi secondi a una quantità di informazioni, persone, prodotti, conoscenze ed esperienze che fino a pochi decenni fa sarebbe stata inconcepibile.
Questo ha ampliato enormemente il nostro spazio delle possibilità.
Ma ampliare lo spazio delle possibilità e aumentare la capacità di esercitare una direzione al suo interno potrebbero non essere la stessa cosa.
Potrebbe esistere una soglia oltre la quale l’aumento delle possibilità disponibili non aumenta più la libertà effettivamente esercitabile, perché diventa sempre più difficile mantenere sufficientemente stabile una direzione.
Non sarebbe allora la scarsità a limitarci.
Sarebbe, paradossalmente, l’abbondanza.
Un’abbondanza di relazioni, informazioni e possibilità che richiede continuamente all’osservatore di ridefinire la propria posizione.
Proteggere la propria energia significa forse proteggere una direzione
Questo porta anche a riconsiderare un’espressione che utilizziamo spesso: proteggere la propria energia.
Tendiamo a immaginarla come la necessità di evitare ciò che ci stanca, di sottrarci a determinati ambienti oppure di recuperare qualcosa che abbiamo perso.
Forse esiste anche un’altra possibilità.
Proteggere la propria energia potrebbe significare mantenere sufficientemente coerente la relazione con la propria intenzione mentre attraversiamo un ambiente complesso.
Non significa chiudersi agli stimoli. Non significa evitare le possibilità o costruire una barriera fra noi e il mondo. Al contrario, la possibilità di cambiare idea, lasciarsi sorprendere e modificare il proprio percorso è una parte essenziale dell’esperienza.
La questione è un’altra: riuscire a distinguere una trasformazione della nostra intenzione da una sua semplice dispersione.
Sono due cose profondamente diverse.
Posso entrare in un supermercato pensando di preparare una cena e uscirne con un’idea completamente diversa, molto migliore della precedente. In quel caso l’incontro con l’ambiente ha arricchito la mia direzione.
Oppure posso uscirne senza sapere più cosa volessi fare.
Nel primo caso l’informazione ha trasformato l’intenzione.
Nel secondo l’ha frammentata.
Forse la coerenza non consiste quindi nel rimanere ostinatamente fedeli alla prima idea, ma nel riuscire a trasformarsi senza perdere la continuità della propria direzione.
Ricordarsi dove stavamo andando
Potremmo allora sperimentare qualcosa di estremamente semplice.
Prima di entrare in un luogo saturo di stimoli, domandarci perché ci stiamo entrando.
Prima di aprire un social network, ricordare cosa stavamo cercando.
Prima di immergerci in un flusso di possibilità, riconoscere lo stato futuro verso il quale ci stavamo muovendo.
Non per impedirci di cambiare strada, ma per avere ancora una strada rispetto alla quale comprendere che stiamo cambiando.
Perché forse una delle questioni centrali del nostro tempo non è soltanto quanta energia abbiamo a disposizione, ma quanta di quell’energia riesce a rimanere organizzata abbastanza a lungo da diventare azione.
Possiamo essere circondati da possibilità e avere difficoltà a muoverci. Possiamo ricevere continuamente informazioni e perdere progressivamente la capacità di capire quali siano importanti per noi. Possiamo essere connessi con tutto e, nello stesso tempo, smarrire la continuità necessaria per portare qualcosa dal presente verso il futuro.
Il semplice carrello di un supermercato diventa allora un piccolo laboratorio nel quale osservare qualcosa di molto più grande.
La domanda non è più soltanto: “Quanto ho consumato?”
Diventa:
“Quanta parte di me è ancora orientata verso ciò che volevo costruire?”
Forse proteggere la propria energia significa anche questo.
Non sottrarsi al mondo, ma imparare ad attraversarne la complessità senza consegnare a ogni cosa che incontriamo una nuova direzione.
E, ogni tanto, fermarsi abbastanza a lungo da ricordare dove stavamo andando.

